Natuzzi: è rottura fra azienda e sindacati
Svolta negativa per la vertenza Natuzzi. L’esito del tavolo in Confindustria Bari si è concluso con una rottura tra l’azienda e le organizzazioni sindacali, vanificando almeno per il momento il tentativo di mediazione portato avanti nelle scorse settimane dalla task force regionale per l’occupazione guidata da Leo Caroli. Del resto, il silenzio dei sindacati al termine dei vari tavoli di confronto era un segnale piuttosto eloquente rispetto ai toni speranzosi e propositivi espressi anche dal neo assessore regionale allo Sviluppo economico e al Lavoro, Eugenio Di Sciascio.
Del resto appena lo scorso 22 dicembre l’azienda presentava al ministero delle Imprese un piano industriale di rilancio 2026-2028, che prevedeva la chiusura di due stabilimenti (Iesce 2 a Santeramo e Altamura) sui cinque attuali (tra cui Laterza e Ginosa nel Tarantino) e ben 479 esuberi sugli oltre 1.800 attualmente occupati senza contare le migliaia impiegati nell’indotto. Mentre ad ottobre aveva richiesto sempre al Mimit la possibilità di sottoscrivere un nuovo accordo quadro (dopo quello del 2022) per accompagnare il suddetto piano industriale. Oltre a richiedere in continuità con gli Ammortizzatori Sociali in essere un periodo di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria a far data dal 03.11.2025 e sino a tutto il 31.12.2027.
Una vertenza quella del Gruppo Natuzzi che non nasce di certo oggi causata da una serie di fattori, per un’azienda che da 24 anni utilizza gli ammortizzatori sociali ed ha ottenuto nel corso degli anni diversi finanziamenti pubblici per svariati milioni di euro.
“La rottura ha confermato che la strada tracciata dall’azienda è del tutto distante dalle necessità reali di chi ogni giorno manda avanti la produzione e non rilancia l’azienda così come più volte richiesto dalle organizzazioni sindacali” affermano in una nota congiunta FeNEAL UIL, FILCA CISL e FILLEA CGIL.
Il piano presentato dall’azienda non ha affatto convinto i sindacati, che ritengono invece come quest’ultimo possa rischiare “di determinare un netto peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per le lavoratrici e i lavoratori e senza nessuna prospettiva per una definitiva uscita dall’utilizzo degli ammortizzatori sociali, vanificando anche il lavoro di sintesi fin qui svolto al tavolo con le regioni Puglia e Basilicata”.
Il primo motivo di scontro riguarda la produzione e la logistica, settori sui quali l’azienda avrebbe optato per “scelte miopi, presentando un piano che non elimina affatto le inefficienze di produzione esistenti. Al contrario di quanto da noi indicato ripetutamente nei tavoli tecnici, il management non ha voluto affrontare una reale riorganizzazione che valorizzi le competenze interne.
Invece di investire e innovare, si prosegue con i tagli: confermata la chiusura dello stabilimento di Jesce 2” nonostante abbia usufruito da almeno 50 anni di tutte le agevolazioni finanziarie pubbliche utilizzabili, dai finanziamenti a fondo perduto alla defiscalizzazione degli oneri contributivi, in quella che i sindacati descrivono come “una rappresentazione confusa che elimina solo postazioni generando ulteriori inefficienze e non permettendo nei fatti il rientro della produzione dalla Romania”.
Così come grave viene ritenuta “la decisione di procedere con la cessione del polo di La Martella (Direzione Logistica), un ulteriore tassello che impoverisce il controllo diretto sul ciclo produttivo e mette a rischio altri posti di lavoro“.
Altro aspetto critico riguarda gli ammortizzatori sociali, che rischiano di diventare un peso insostenibile per i lavoratori. “Il nuovo assetto proposto non risolve le criticità, ma le aggrava. I numeri mostrati parlano di una sospensione media della CIGS del 45%.
È un colpo durissimo ai salari che peggiorerà la situazione economica delle famiglie. Di fatto, questa impostazione crea un nuovo e ulteriore esubero rispetto a quello attuale, rendendo la precarietà una condizione strutturale e non temporanea” proseguono FeNEAL UIL, FILCA CISL e FILLEA CGIL.
Così come è rimasto in sospeso il tema legato agli incentivi all’esodo per lavoratrici e lavoratori vicini alla pensione, “fermo ad una proposta aziendale dei giorni precedenti, lontana dalle richieste sindacali, e peggiorativa rispetto a quella presentata a dicembre 2025″.
Per il sindacato, l’unico modo reale per ridurre la CIGS negli stabilimenti italiani è il rientro delle produzioni dalla Romania. “L’azienda continua a mantenere una pericolosa opacità su questo punto e senza un impegno preciso sul ritorno dei volumi in Italia, ogni piano resta una scatola vuota. Non è accettabile che il lavoro resti all’estero mentre qui si ricorre pesantemente alla Cassa Integrazione” denunciano ancora FeNEAL UIL, FILCA CISL e FILLEA CGIL.
Per tutti questi motivi partirà adesso lo stato di mobilitazione. “Le lavoratrici e i lavoratori non possono essere gli unici a continuare a pagare il prezzo di scelte aziendali sbagliate e per l’ennesima volta a non essere ascoltati. Non vogliamo essere complici di un piano scellerato per questo da domani avvieremo il confronto in tutti gli stabilimenti per discutere i dettagli della vertenza e preparare le prossime iniziative” annunciano i sindacati.
In occasione del tavolo ministeriale a Roma il 2 marzo infatti, saranno sotto la sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. “Crediamo che un’azienda strategica per il Paese come la Natuzzi non possa incentrare il piano industriale del prossimo triennio su chiusure, dismissioni e tagli, ma debba invece investire in nuovi mercati e prodotti, puntare sulla professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori presenti negli stabilimenti di Puglia e Basilicata e riportare la produzione in Italia per garantire il lavoro e quella qualità che ha reso Natuzzi famosa nel mondo” concludono FeNEAL UIL, FILCA CISL e FILLEA CGIL.

